La vita e il lavoro di questo scienziato offrono una testimonianza preziosa sulle sfide etiche che accompagnano l’evoluzione tecnologica.
L’intelligenza artificiale domina ormai da mesi il dibattito accademico e popolare, ma sono in pochi a conoscere le figure storiche che hanno dato inizio a questa rivoluzione. Alcune di queste figure hanno però portato con sé anche un bagaglio di dubbi e paure riguardo alle stesse tecnologie che hanno aiutato a sviluppare.
Questo conflitto è personificato in maniera emblematica da Joseph Weizenbaum, un nome che, nonostante possa non risuonare come quello di altri giganti informatici, ha lasciato un’eredità indiscutibile e complessa nell’ambito dell’IA.
Weizenbaum è conosciuto oggi, ancor più che per la sua attività pionieristica, per il suo successivo scetticismo verso le tecnologie che ha contribuito a creare. Il suo viaggio intellettuale riflette una profonda comprensione delle potenzialità dell’IA, ma anche un’intuitiva presa di coscienza dei suoi possibili pericoli.
Joseph Weizenbaum nacque l’8 gennaio 1923 a Berlino, in una famiglia ebraica. Fuggendo dalle persecuzioni naziste, emigrò con la sua famiglia negli Stati Uniti nel 1936, dove in seguito intraprese studi in matematica alla Wayne State University. La sua carriera accademica fu temporaneamente interrotta dal servizio nell’U.S. Army Air Corps durante la Seconda Guerra Mondiale, dove lavorò come meteorologo. Dopo il conflitto, Weizenbaum completò la sua formazione in matematica, ottenendo prima il Bachelor of Science e poi il Master of Science.
La sua carriera prese una svolta decisiva quando, nel 1966, divenne noto per aver creato il primo chatbot della storia, Eliza, al MIT. Questo programma era capace di simulare una conversazione con un umano imitando un terapeuta, e fu una pietra miliare nello sviluppo dell’intelligenza artificiale.
Weizenbaum divenne però ben presto critico nei confronti delle stesse tecnologie che aveva aiutato a sviluppare, temendo che la crescente capacità dei computer di imitare l’interazione umana potesse avere conseguenze non intenzionali e pericolose.
Negli anni successivi continuò ad osservare i modi in cui la tecnologia si inseriva nella quotidianità degli esseri umani e arrivò a pronunciare una sentenza che ancora oggi appare più che valida: i computer avevano il potere di rivoluzionare lo status quo, ma venivano utilizzati per rafforzare le strutture di potere esistenti piuttosto che sfidarle, limitando il progresso sociale anziché promuoverlo.
La sua posizione critica nei confronti dell’IA divenne più marcata con la pubblicazione del suo libro “Computer Power and Human Reason”, in cui esplorò le limitazioni morali e filosofiche dell’uso dei computer. Weizenbaum concluse la sua opera di ricerca dicendo che, nonostante l’innegabile utilità dei computer, dovremmo rimanere vigili sulle sue capacità di influenzare e manipolare la società in modi che potrebbero essere dannosi e, al tempo stesso, non immediatamente evidenti.
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