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Pagina 1 di 4 FOTO AD ALTA DINAMICA
Se le vostre foto vi sembrano piatte e poco creative, provate a sperimentare la tecnica HDR, che consente di ottenere effetti molto interessanti. E non è nemmeno indispensabile avere una reflex: la tecnica si può usare anche con molte compatte digitali.
di Renzo Zonin
Chiunque di noi possieda una fotocamera sogna di fare foto che lascino a bocca aperta chi le guarda. Ma la cosa non è semplice: per quanto ci impegniamo, i nostri scatti e le nostre foto ricordo finiscono per avere una patina di “normalità” che sicuramente non aiuta a stupire chi le osserva. Oggi però ci sono delle tecniche che possono venire in aiuto del fotografo dilettante alla ricerca di qualcosa di davverospeciale. Una di queste tecniche è l’HDR, High Dynamic Range ovvero “foto ad alta dinamica”. In questo articolo vedremo cosa è e come si crea una foto di questo tipo, usando attrezzature minimali (l’ideale è la reflex, ma anche molte fotocamere compatte sono adatte allo scopo) e programmi anche gratuiti. Per cominciare, vediamo di capire i fondamenti dell’HDR. E per dimostrare che non è necessario essere esperti per cimentarsi con questa tecnica, cominciamo proprio dalle basi.
Un raggio di luce
Il termine “fotografia” significa letteralmente “scrivere con la luce”. Se non c’è luce, non c’è fotografia. Forse proprio per questo, la luce è la croce e delizia dei fotografi: quando è bella, fare buone foto è relativamente semplice; quando è brutta, tutto diventa maledettamente più complicato. Una delle situazioni più critiche in assoluto che un fotografo deve affrontare è quella in cui la luce è molto intensa in una parte dell’inquadratura, e molto scarsa in altre zone. Per esempio, una spiaggia al tramonto, o un monumento in controluce. Il problema di questi soggetti è che la differenza fra la zona in luce e quella in ombra è troppo grande per essere correttamente registrata dal sensore della nostra fotocamera digitale, che mediamente è in grado di registrare differenze dell’ordine dei 7/8 diaframmi, mentre in un controluce è abbastanza normale avere una differenza fra luce e ombra anche di 12/14 diaframmi. Traduciamo il discorso per i meno esperti… Ogni pixel del sensore della nostra fotocamera è sensibile a un certo intervallo di luminosità: oltre una certa soglia, per lui il punto sarà bianco, e sotto una certa soglia, sarà nero; ma, in realtà, l’occhio umano potrebbe distinguere in quel “bianco” vari toni di grigio chiaro e chiarissimo, e in quel “nero” toni di grigio scuro e scurissimo. L’occhio umano è in grado di distinguere queste tonalità perché la sua “gamma dinamica”, cioè la sua sensibilità agli estremi, è molto elevata. Invece, il sensore può distinguere un numero limitato di tonalità, e tenderà a bruciare le “alte luci” (zone molto illuminate) e a rendere nere le ombre (zone non illuminate). Tra parentesi, la stessa situazione si presentava anche con le pellicole, molte delle quali hanno un intervallo dinamico inferiore a quello dei sensori di ultima generazione. Per ovviare in parte agli sbalzi di luce, le fotocamere hanno un sistema di esposizione che consente di regolare la quantità di luce che arriva al sensore. Esso è composto da un esposimetro (la componente che misura la luce) che controlla i due veri “organi di comando” della fotocamera, ovvero l’otturatore e il diaframma. L’otturatore è una sorta di tendina che sta davanti al sensore e che si apre per qualche istante, permettendo alla luce che entra nell’obiettivo di raggiungere il sensore; il diaframma è un dispositivo a lamelle disposte in modo da formare un foro circolare, posto nell’obiettivo: serve a restringere il diametro del foro d’ingresso della luce, regolando, di fatto, quanta ne può entrare in un dato intervallo di tempo. Questi due dispositivi, pilotati dall’esposimetro o regolati manualmente dal fotografo, consentono di regolare la quantità di luce che arriva al sensore, assicurandosi che la maggior parte dell’immagine abbia una luminosità “accettabile” per quest’ultimo. Quando però si è in presenza di scene molto contrastate, è impossibile per il sistema di esposizione riportare tutti i punti nell’intervallo di luminosità ammesso dal sensore. Il fotografo dovrà quindi decidere se esporre “per le luci”, ritrovandosi con alcune parti dell’immagine nere perché sottoesposte, o se esporre “per le ombre”, andando però a bruciare tutte le zone illuminate. Ma c’è un’alternativa… 
La tecnica HDR, detta anche “Fotografia ad alta dinamica”, è nata per mostrare i soggetti delle foto in modo più simile a come li vede l’occhio umano.Tuttavia, sperimentando con algoritmi e parametri è possibile ottenere immagini decisamente inusuali e di grandissimo effetto (fonte: HDRSoft - PhotoMatix) Esposizioni multiple
Supponete di trovarvi davanti al classico tramonto sul mare: se la fotocamera espone correttamente il cielo, otterrete una spiaggia completamente nera; se esponete per la sabbia, il cielo e il sole saranno totalmente “bruciati” (ovvero bianchi). Però, se fate due scatti, uno esposto per il cielo, e uno per la spiaggia, e con un programma di fotoritocco ritagliate il cielo esposto correttamente e lo incollate sulla spiaggia dell’altro scatto, voilà, avrete un’immagine in cui sia il cielo che la spiaggia sono esposti correttamente! Certo, se il soggetto da ritagliare fosse più complicato, questo metodo sarebbe difficile da attuare... a meno di disporre di un programma capace di farlo per voi. Ed è proprio così che succede con l’HDR: si scattano più immagini dello stesso soggetto a esposizioni differenti e si importano in un programma apposito che provvede a prendere da ogni scatto le parti esposte correttamente. Si ottiene così un file ad alta dinamica, generalmente del tipo a 32 bit per colore. A seconda dell’algoritmo usato per la selezione e il “rendering” dei pixel, i risultati che si otterranno potranno essere i più diversi: da foto che simulano il modo di vedere dell’occhio umano, a rappresentazioni che arrivano al pittorico o al fiabesco. Questi file, in ogni caso, non possono essere visualizzati correttamente dai normali monitor per PC, che hanno anch’essi una dinamica limitata; per questo, generalmente si conclude il lavoro con un’operazione detta di “tone mapping”, con la quale si compatta l’immagine HDR in un normale file a 8 bit per colore, come un JPG o un TIF. Solo a questo punto l’immagine HDR sarà effettivamente fruibile su normali monitor e stampanti. 
Grazie all’HDR, è possibile rendere visibili particolari che altrimenti risulterebbero sotto o sovraesposti a causa della limitata dinamica dei sensori digitali, ma anche di molte pellicole (fonte: HDRSoft - PhotoMatix)
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